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Ravioli al vapore

Da "Esperienze di Cina"di Giorgia Madonno

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Jin aveva invitato Marco e me a casa sua per un pranzo alle quattro del pomeriggio e aveva cercato di spiegarmi che il sabato e la domenica gli orari per i pasti erano diversi dagli altri giorni della settimana. In effetti sia io che Marco, sapendo ormai che i cinesi mangiano molto presto, ci eravamo rassegnati ad essere invitati verso le dodici e quel cambio imprevisto mi stupì. Scopriì che in realtà quello che Jin stava proponendo era una cena. Durante il fine settimana consumavano solo due pasti molto abbondanti, uno verso le dieci e l’altro verso le quattro del pomeriggio. Giungemmo ad un compromesso e ci accordammo per un orario mediano, saremmo andati da lei alle due.

Jin abitava molto lontano dal centro, in una zona tranquilla a circa un’ora da casa nostra. Scendendo dal taxi ci affacciammo su una batteria di case basse con il portoncino sulla strada e un fazzoletto di terra. Jin ci aspettava sulla porta. La casa era grande, molto disordinata e disadorna, arredata con un gusto indefinito. Subito all’ingresso, superata la zona dove lasciammo le scarpe, come da usanza cinese, si trovava una grande tavola sui cui erano già disposti molti piatti pronti e alcuni tegami che servivano per la preparazione dei ravioli al vapore che la nostra amica ci aveva promesso.

Marco fu invitato a sedere sul divano di fronte alla televisione, a me fu concesso di aiutare nel rito della preparazione dei ravioli. Jin aveva preparato insieme alla sorella dei tondini di pasta che mi insegnò a riempire con carne e spezie e arrotolare ripiegandone i bordi. L’operazione non era semplice e ci vollero almeno tre tentativi per riuscire ad ottenere un raviolo che avesse anche solo lontanamente la forma desiderata. Molte erano le cose a cui bisognava fare attenzione, la quantità della carne da mettere sulla pasta, l’abilità nel maneggiare i bastoncini nel prendere il ripieno, la manualità nel ripiegare nel modo giusto i bordi della pasta. Jin mi guardava con accondiscendenza armeggiare maldestramente con pasta e ripieno, mentre lei preparava con abilità e velocemente i ravioli che presto avrebbe messo a cuocere al vapore. Fortunatamente molti erano già stati preparati e la sorella di Jin dichiarò che erano sufficienti per il pranzo, al resto avrebbero pensato loro più tardi.

Ci accomodammo alla stessa tavola su cui avevamo cucinato e da cui Jin aveva tolto i piatti di preparazione, disponendovi pietanze di vario genere e una scodellina a testa corredata di bastoncini. Il servizio era molto spartano, non era stata messa la tovaglia e al posto dei tovaglioli troneggiava un rotolo di carta igienica, ma il profumo delle pietanze era delizioso e la quantità dei cibi molto abbondante.

“Tua sorella è una cuoca eccezionale” – mi complimentai, ed Jin sorrise alla sorella che stava imbandendo ancora la tavola con pollo fritto, uova di anatra di uno strano colore scuro ma deliziose se mangiate con la salsa e la soia, arachidi, insalata e, ovviamente i ravioli al vapore. La madre e la sorella di Jin non si fermarono a mangiare con noi, le vedemmo silenziosamente svolgere attività quotidiane: accudire la nipotina di Jin nata da pochi mesi e cucinare; quattro donne e tre generazioni vivevano sotto lo stesso tetto. Jin era stata la prima a trasferirsi dalla provincia del nord da cui erano originari, per studiare, le altre donne della famiglia l’avevano seguita in momenti diversi mentre gli uomini cercavano lavoro a Shanghai. Il marito della sorella di Jin era già arrivato e lavorava anche durante il fine settimana, il padre li avrebbe raggiunti l’anno successivo.

Erano molto unite, e si percepiva un grande spirito di collaborazione e di aiuto. La famiglia era ancora la cellula sociale più solida per queste persone legate ad una tradizione forte e il cerchio di solidarietà che si stringeva intorno a ciascun membro della famiglia era chiaramente molto stretto e un valido aiuto in una società in cui il singolo non aveva più alcun sostegno esterno.